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Divento padre a gennaio: come mi sto preparando senza farmi prendere dal panico

Family Education Eric Jones 9 views

Divento padre a gennaio: come mi sto preparando senza farmi prendere dal panico

L’altra sera ho montato la culla. Era rimasta in una scatola nel corridoio per due settimane, perché ogni volta che aprivo il manuale mi veniva da ridere: “Non fissare la sponda laterale finché non hai bloccato il meccanismo di sicurezza”. L’ho bloccata. Ho toccato il materasso con il palmo della mano, ho messo a posto le lenzuola che mia cognata ci ha regalato e sono rimasto lì, in piedi, a guardare una camera che fino a tre mesi fa era uno sgabuzzino. Dentro c’erano scatole di oggetti che non sapevo di dover scegliere, un vecchio comodino riverniciato e, adesso, una culla pronta. Manca poco. A gennaio, nel pieno dell’inverno, divento padre.

La cosa strana è che non mi sento “in attesa” come si dice di solito. Più che aspettare, prendo appunti. Ho smesso di leggere libri sulla gravidanza verso il terzo capitolo, perché mi facevano sentire in ritardo su qualcosa che non era ancora successo. Allora ho cambiato metodo: ho iniziato a preparare il contorno, la parte pratica, e da lì ho capito che è più utile di qualsiasi manuale.

Con mia moglie abbiamo passato una sera intera a scrivere su un foglio cosa faremo dalle otto di sera alle otto del mattino. Non è un piano militare, è una bozza. Chi si sveglia, chi piange prima, chi prepara il biberon, chi riporta il bambino nel lettino. Sappiamo già che andrà tutto in ordine diverso, ma almeno sappiamo che alle tre di notte non ci guarderemo come due polli. Le ho detto: “Se allatti tu, io mi alzo prima, cambio il pannolino e te lo porto”. Lei ha risposto: “Sì, ma se piange per te e vuole me?”. Non lo sappiamo. Però il fatto di averlo detto ad alta voce aiuta.

Una delle cose più concrete che ho fatto è stata cucinare. Sembra banale, ma ho passato un sabato con mia madre a fare ragù, vellutata di zucca, polpette al sugo e un paio di teglie di lasagne. Abbiamo riempito il freezer. Non perché penso che il bambino mangerà quelle cose, ma perché so che all’improvviso, alle sette di sera, nessuno di noi avrà voglia di pensare al soffritto. Avere un pasto che si scalda in dieci minuti non è un lusso, è una forma di gentilezza verso la persona che sarò fra un mese.

Ho preparato anche il borsone per l’ospedale, senza aspettare il nono mese. Ci sono due magliette per me perché d’inverno si suda meno ma ci si annoia di più, un caricabatteria con il cavo lungo, le ciabatte da camera, un libro che probabilmente non aprirò, il ciuccio che non sappiamo se userà, e un cambio per mia moglie. Lei ha aggiunto le sue cose alla stessa borsa. Non so se è la procedura giusta, ma in realtà non credo che esista una procedura giusta.

L’altra cosa su cui sto lavorando è più difficile da spiegare. Ho smesso di pensare che prepararsi significhi sapere come si tiene in braccio un neonato. Mia sorella, che ha un figlio di un anno, mi ha fatto provare con una bambola. Ho scoperto che non c’è un segreto, ma c’è una postura: la testa appoggiata, la schiena dritta, niente fretta. Mi ha detto: “I bambini sentono quando hai fretta”. Non lo diceva in modo mistico. Lo diceva perché è vero: se ti muovi in modo nervoso, il bambino lo sente e si agita. Se sei fermo, con le mani stabili, si calma. Non è una questione di personalità, è una questione di abitudine. Allora mi esercito nei movimenti lenti, anche quando faccio cose normali, tipo lavare i piatti. Sembra assurdo, ma aiuta il cervello a rallentare.

Una cosa che mi hanno detto in tanti, e che all’inizio mi sembrava astratta, è che un neonato non ha bisogno di stimoli. Ha bisogno di ritmi. È stato nove mesi in un posto dove la luce cambiava poco, il rumore era costante e il tempo non esisteva. Arrivare a gennaio, con le giornate corte e il silenzio di una casa preparata, è già un grande cambiamento. Non serve riempire la cameretta di giochi educativi o proiettare figure sul soffitto. Serve creare una sequenza: buio, rumore bianco, poppata, cambio, sonno. E ripeterla, anche quando sembra inutile. L’educazione di un figlio, nelle prime settimane, è solo questo: dare ordine al caos senza aspettarsi che l’ordine duri.

C’è poi la parte che non si può preparare ma si può almeno avvicinare: mia moglie. Non sarò io a sentire l’allattamento, non sarò io ad avere i punti e le contrazioni. Ma posso togliere tutto il resto di torno. Posso portarle l’acqua senza che me la chieda, posso rispondere al telefono al posto suo, posso dirle che sta facendo abbastanza quando lei è convinta di non stare facendo niente. Ho imparato, in questi mesi, che le frasi più utili non sono le spiegazioni, ma le conferme: “Ci sono”, “mangia tu, tengo io”, “vai a dormire, mi sveglio io”. Sono frasi corte, quasi povere, ma sono le uniche che funzionano quando sei stanco.

A gennaio le giornate saranno fredde e corte. Non ho idea di come passeremo le prime due settimane. Ho l’impressione che tutti i piani fatti in dicembre verranno ridimensionati, e va bene. Però ho notato che l’ansia diminuisce quando hai un posto dove mettere le mani. Montare la culla, cucinare, piegare le tutine, fissare il seggiolino in auto: non sono gesti tecnici, sono modi per dire a te stesso che il mondo può continuare. Il bambino arriverà, la casa è pronta, qualcuno cucinerà, qualcuno dormirà, qualcuno piangerà. E noi, forse, ce la faremo.

Non so come sarà gennaio. So che abbiamo una culla montata, una borsa con le ciabatte, un freezer pieno e un foglio con i turni. So anche che il neonato non leggerà quel foglio. Ma prepararsi, adesso, per me significa questo: non aspettare di sentirsi pronto, ma allestire la stanza perché qualcuno possa arrivare. Il resto lo imparo dopo.

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